Un iscritto, purtroppo direttamente interessato, ci ha inviato un articolo esauriente sulla vicenda del Talidomide, che ormai appartiene al passato, ma non per coloro che l'hanno vissuta e la vivono tuttora in prima persona. Colgo l'occasione per invitare ad inviarmi links su questo argomento, siti di associazioni, materiali, persone.
IL TALIDOMIDE E IL POTERE DELL'INDUSTRIA
FARMACEUTICA
a cura di www.medicinenon.it
TALIDOMIDE, UNA TRAGEDIA "DIMENTICATA"
"E cosi, ufficialmente parlando, il lupo è innocente come un
agnello".
- Dylan Thomas
Lo studente, diciottenne, che si è appena iscritto in una nostra
Università per laurearsi medico tra sei anni, può intendere il titolo di
questo libro? Conosce il significato di "talidomide"? Immagina il "potere
dell'industria farmaceutica"? Io, suo insegnante, posso rispondere -
negativamente - per lui che era appena scolaro delle elementari quando
termini come
talidomide
e
focomelia
, nomi come
CHEMIE
GRÜNENTHAL
e
Contergan
facevano
titolo sui giornali di tutto il mondo.
Tutto il mondo, infatti, inorridì - oltre dieci anni fa - ( lo scritto
risale al 1972, n.d.e.) nell'apprendere che per effetto di uno
psicofarmaco sedativo (il talidomide), somministrato a donne nei primi
mesi di gravidanza, erano nati migliaia di bambini colpiti da mancato
sviluppo degli arti (focomelia) o da altre gravissime deformità. Quel
farmaco era stato introdotto sul mercato tedesco, con il nome di
Contergan, da un'industria farmaceutica (la CHEMIE GRÜNENTHAL di
Stotberg,
nella Germania Occidentale) che ne assicurava e propagandava l'assoluta
innocuità anche quando gliene erano già noti gli effetti tossici.
La stessa ditta aveva curato, per incrementare i propri profitti, la
diffusione del talidomide in diversi altri paesi disseminando, così, in
ciascuno la sventura dei bambini e la disperazione delle famiglie: 6.000
nella Germania Occidentale, 400 in Gran Bretagna, 100 in Svezia, ed altri
altrove per un totale compreso, secondo caute stime, tra 8.000 e 10.000
casi.
Tuttavia, una così orrenda catastrofe si sarebbe compiuta e celata nel
pianto di migliaia di madri, ciascuna convinta di una propria singolare
sventura, se alcuni medici e legali non l'avessero portata ad evidenza,
dimostrandone le cause e denunciandone le responsabilità. A loro e alla
parte migliore della stampa straniera si deve se la tragedia del
talidomide ha avuto fine e ha, forse (1), insegnato ad evitarne di
analoghe. Ma contro di loro si schierarono a suo tempo l'establishment
medico, abituato a compiacere l'industria farmaceutica, ed il potere di
questa. La CHEMIE GRÜNENTHAL non lasciò nulla di intentato per nascondere
la verità, acquisire il silenzio di chi la conosceva, intimidire l'onestà
di chi la dichiarava.
Il suo ufficio legale arrivò ad assumere un detective per indagare
sulla vita privata e le inclinazioni politiche dei medici che avevano
criticato gli effetti tossici del talidomide ("Il padre del Dr. B.," sta
scritto in uno dei rapporti di questo detective, "è un ex comunista...").
E giusto ricordare tutto ciò per dire subito che gli autori di questo
libro sono anche valorosi protagonisti di quella vicenda.
Henning Sjoström - oggi famoso avvocato, ma figlio di contadini,
contadino lui stesso e poi minatore mentre studiava per laurearsi - e
Robert Nilsson - giovanissimo e brillante biochimico dell'Università di
Stoccolma che ha rinunciato ad alcuni anni della sua carriera per la
causa
dei piccoli focomelici - sono i due uomini che hanno condotto, in Svezia,
una strenua battaglia per ottenere un indennizzo alle vittime del
talidomide. E l'hanno vinta nonostante lo scetticismo dei colleghi e
l'ostilità delle corporazioni professionali.
Come Sjöström e Nilsson in Svezia, così altri medici e legali
disinteressati e coraggiosi si sono battuti in Germania, in Gran Bretagna
ed altrove per i bambini talidomidici, per le loro madri, per le loro
famiglie.
Ma in Italia? Mi posi per la prima volta tale domanda quando, sul
finire della scorsa primavera, mi fu detto che stavo per ricevere il
manoscritto di questo libro, ancora inedito, affinchè valutassi
l'opportunità di pubblicarlo nella nuova collana "Medicina e Potere"
della
Casa editrice Feltrinelli. La posi a me e la proposi ad altri: condussi,
cioè, un piccolo sondaggio di opinione sull'argomento "talidomide"
accennandone - così come se ne dava l'occasione - a colleghi medici,
conoscenti "farmaceutici" ed amici diversi, tra i quali alcuni
giornalisti.
Queste le opinioni raccolte e largamente condivise:
-
La tragedia del talidomide appartiene, fortunatamente, al passato:
oltre dieci anni, ormai, ce ne separano.
-
Colpi molti paesi, ma il nostro ne fu risparmiato: non si conoscono
casi italiani.
-
Verosimilmente il talidomide, nato in Germania, non ebbe vita in
Italia, cioè non fu prodotto e venduto dalla nostra industria
farmaceutica.
Ebbene, nulla di tutto ciò è vero: come intendo dimostrare con l'aiuto
di alcuni dati riferiti da Sjöströni e Nilsson e di altri, italiani,
rinvenuti nel frattempo.
Alle pagine 30-32 di questo libro il lettore trova l'elenco delle
specialità medicinali a base di talidomide che furono vendute intorno al
1960 sui mercati europei e canadese. Si può riassumerlo, come segue, per
nazionalità:
|
Paese
|
N° di specialità europee
contenenti talidomide
|
N° di industrie farmaceutiche europee
produttrici di specialità medicinali contenenti talidomide
|
|
Italia
|
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Germania Occ.
|
|
Gran Bretagna
|
|
Portogallo
|
|
Svezia
|
|
Svizzera
|
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Spagna
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|
Non precisato
|
|
Totali
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|
|
|
Sembra, dunque - scorrendo tale elenco compilato dall'American
Pharmaceutical Association - che il nostro paese abbia prodotto 10 su 34
(circa 30%) delle specialità medicinali talidomidiche vendute in Europa e
ciò ad opera di 7 su 16 (circa 44%) delle industrie farmaceutiche, di
varia nazionalità, impegnate in questa produzione.
Nessuno di coloro, cui ho comunicato questi dati ha espresso meno che
sorpresa, alcuni incredulità, altri hanno avanzato l'ipotesi che l'elenco
contenga, per l'ltalia, nomi realmente depositati di prodotti
effettivamente non realizzati: quindi mai venduti né assunti. (1bis)
Di questa ipotesi, così rasserenante, si imponeva tuttavia qualche
verifica, intesa a stabilire se le 10 specialità talidomidiche sono mai
state veramente in commercio, cioè vendute nelle farmacie italiane, ed in
tal caso: per quanto tempo? tra quali date?
La risposta a tali domande è da cercarsi tra le pagine de
"L'informatore farmaceutico, Annuario Italiano dei Medicamenti e dei
Laboratori" (2) giunto nel 1972 alla sua XXXII edizione: una cospicua
pubblicazione che elenca, e descrive tutte le specialità medicinali
ammesse alla vendita ed in commercio in Italia, di anno in anno,
indicandone la composizione, il prezzo, la ditta produttrice, ecc.
Riassumo nella tabella di p. XI i risultati della consultazione dei sei
volumi corrispondenti agli anni dal 1958 al 1963. (3)
Si noti che dalla tabella è leggibile soltanto il tempo di vendita e di
consumo di ciascuna delle specialità elencate: non il volume del consumo
né quello, ovviamente correlato, della produzione. Dato il notevole ed
anche maggiore interesse di questi ultimi dati, ne ho condotta la ricerca
in varie sedi, ma senza trovarne traccia. Non esistono, pare, organi di
rilevazione - statali o comunque pubblici - in grado di fornire tati
notizie, per quegli anni e per quei prodotti. Esistono, naturalmente, gli
archivi privati dei produttori, ma ta loro consultazione è piuttosto
riservata.
|
Nome della specialità medicinale
|
Nome della ditta produttrice
|
Numero del decreto di
registrazione
|
Contiene Talidomide
|
In commercio negli anni
|
|
IMIDENE
|
SMIT
(Torino)
|
13.779
|
SI
|
1959, 1960, 1961, 1962
|
|
SEDIMIDE
|
MUGOLIO
(Milano)
|
14.370
|
SI
|
1959, 1960, 1961, 1962
|
|
PROFARMIL
|
PROFARMI
(Milano)
|
14.654
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
QUIETOPLEX
|
LIVSA VAILANT
(Milano)
|
14.854
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
GASTRIMIDE
|
LIVSA VAILANT
(Milano)
|
15.061
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
IMIDENE
IPNOTICO
|
SMIT
(Torino)
|
15.144
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
QUIETIMID
|
BIOCORFA
(Torino)
|
15.216
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
SEDOVAL
|
ITALFARMA
(Torino)
|
15.501
|
SI
|
1960, 1961, 1962
|
|
ULCERFEN
|
BIOCORFA
(Torino)
|
17.210
|
SI
|
1961, 1962
|
Tuttavia, non dovrebbe ritenersi troppo azzardato congetturare che la
SMIT (oggi UCB-SMIT) di Torino fosse abbastanza soddisfatta dei suoi
profitti quando - dopo aver aperto la strada italiana al talidomide con
l'Imidene nel 1959 - chiese ed ottenne l'autorizzazione a produrne e
venderne una variante aggravata da barbiturici, l'Imidene Ipnotico,
mantenendo entrambi i prodotti sul mercato fino al 1962. Ma, allora,
uguali considerazioni valgono per la LIVSA VAILLANT di Milano, che,
presentando il suo Quietoplex nel I960 volle subito affiancargli il
Gastrimide. Ed anche per la BIOCORFA, pure di Milano, che nella propizia
scia tracciata dal suo Quetimid e dagli altri sette prodotti della
concorrenza, ritenne che valesse ancora la pena di vararne un nono,
l'Ulcerfen, nel 1961, quando ormai cominciavano a correre per il mondo le
notizie sugli effetti tossici del talidomide.
Che pensare, dunque? A questo punto della mia piccola ricerca - e della
mia grande sorpresa - avevo di fronte a me nove specialità talidomidiche,
dimostratamente vendute in Italia tra il 1959 ed il 1962, ed almeno
altrettante assicurazioni che in Italia non si erano dati casi di
focomelia talidomidica.
Poichè il primo termine della contraddizione era ormai accertato come
dato di fatto, non rimaneva che dubitare del secondo. Soprattutto dopo
che
a pagina 127 di questo libro una breve frase mi aveva detto ciò che da
altri non avevo appreso:
Malgrado il verificarsi di casi di focomelia a Torino nel giugno 1961,
alcuni di questi prodotti vennero ritirati in Italia solo nel settembre
1962.
Non un'indicazione di più, ma tre amici - un puericultore, un
anatomo-patologo e un giornalista - mi aiutarono a percorrere subito
questa traccia fino all'origine. Il 15 giugno 1962 i professori Maria
Gomirato-Sandrucci, direttore dell'Istituto di Puericultura, e Ruggero
Ceppellini, direttore dell'Istituto di Genetica Medica dell'Università di
Torino, avevano letto all'Accademia di Medicina della stessa città una
comunicazione (4) nel corso della quale dichiaravano:
Nella nostra casistica degli anni passati non sono mancati casi di
amelia e di focomelia che sono giunti alla nostra osservazione col ritmo
di un caso ogni due anni. Data questa rarità siamo stati colpiti dal
fatto
che in poco più di un mese (dal 7 aprile al 16 maggio di questo anno),
siano stati ricoverati presso il Centro Immaturi della nostra Clinica ben
cinque neonati amelici e focomelici provenienti da Torino e da fuori
Torino.
Sei mesi dopo gli stessi autori pubblicavano una più ampia e
dettagliata relazione (5) sugli stessi casi che intanto erano saliti a
7.
A conclusione di una documentata ed attenta disamina di tutte re
possibili cause che avrebbero potuto spiegare così eccezionale frequenza
di una trasformazione congenita tanto rara, Gomirato-Sandrucci e
Ceppellini dettano queste righe che meritano di essere trascritte e
meditate:
E' risultato che 4 madri avevano sicuramente introdotto un medicamento
a base di imide dell'acido n-ftalil-glutammico. La sicurezza di questa
somministrazione deriva sia dall'ammissione spontanea del nome del
farmaco
da parte della donna sia dall'averne riconosciuto il flacone fra molti
altri sia infine dalla conferma del medico curante che aveva prescritto
il
farmaco. Si trattava in tutti i casi della stessa confezione commerciale
in pastiglie contenenti ciascuna 50 mg di imide dell'acido
n-fralil-glutammico.
In un quinto caso non abbiamo potuto avere la sicurezza assoluta della
somministrazione del medicamento in quanto la donna ha sicuramente
introdotto fra il primo ed il secondo mese di gravidanza alcune pastiglie
sedative di cui non ricorda il nome ed anche il medico curante è
piuttosto
incerto sulla eventuale prescrizione di un medicamento a base di imide
dell'acido n-ftallin-glutammico. Negli altri due casi (1 e 2)
I'introduzione del medicamento in questione è stata decisamente negata
sia
dalle madri che dai medici curanti.
In queste righe non ricorre mai il nome "talidomide" ma la sua versione
clinica in extenso, "imide dell'acido n-ftalil-glutammico," ignota al
pubblico, al medico generico ed anche allo specialista dedito soprattutto
all'esercizio professionale. Per tutti costoro i soli nomi significanti e
memorizzabili sono quelli delle specialità (Imidene, Sedimide, Profarmil,
ecc.) che rimandano ai nomi delle rispettive industrie produttrici (SMIT,
MUGOLIO, PROFARMI, ecc.) ma di essi non c'è traccia nella relazione dei
due studiosi di Torino. Da tale relazione (pubblicata il 3 novembre 1962)
si apprende ancora che, dei quattro bimbi la cui madre aveva certamente
assunto talidomide nei primi mesi di gravidanza, due erano viventi alla
data di stesura det testo: di una, Antonella B., nata il 3 aprile 1962 da
un operaio e da una casalinga, e perfettamente formata fuorchè per
tatotale mancanza delle braccia, si dice:
Decorso
: la bambina ha sempre goduto buona salute ed
ha presentato un regolare soddisfacente accrescimento. Attualmente e
ricoverata in buone condizioni di salute presso un Istituto
assistenziale.
Dell'altro, Renato A., nato il 7 agosto 1962 da un operaio e da una
casalinga, portatore di gravi deformazioni a tutti e quattro gli arti,
nato normale per quanto riguarda gli organi vitali, si dice:
Decorso
: il bambino non ha presentato alcun sintomo
riferibile ad eventuali altre malformazioni oltre quelle segnalate agli
arti. L'accrescimento è stato piuttosto lento ma regolare. Il bambino è
tuttora degente nel nostro Istituto presentando ancora un notevole
deficit
di peso rispetto alla norma.
Che ne è oggi di Renato e di Antonella? Non lo so, ma lo chiedo. Cosi
come non sapevo e mi sono chiesto - a questo punto di una ricerca che mi
portava di sorpresa in sorpresa ma anche di angoscia in angoscia -
se la circoscritta epidemia torinese di malformazioni da talidomide
fosse, come pareva dalla lettura dei testi citati, veramente l'unica
verificatasi in Italia; ovvero se altri bambini fossero nati orrendamente
mutilati e deformi, per effetto del malefico farmaco, anche altrove: e
dove, allora, e quanti?
Nel tentativo di trovare una risposta a queste domande, scrissi, due
mesi fa, ad oltre un centinaio di colleghi, titolari nelle diverse
Facoltà
mediche italiane di cattedre quali: ostetricia e ginecologia, pediatria,
puericultura, farmacologia ed altre aventi attinenza scientifica e
pratica
con il problema della focomelia talidomidica. Chiesi semplicemente a
ciascuno di loro di segnalarmi, ove ne avesse avuto conoscenza, dati e
casi di bambini colpiti.
Trentacinque colleghi, cui qui rinnovo il mio ringraziamento, hanno
risposto da diverse parti d'ltalia: la maggior parte per dirmi di non
aver
mai avuto notizia che in Italia si fossero verificati casi di focomelia
talidomidica, alcuni per segnalarmi le osservazioni dei due studiosi
torinesi già ricordati, altri ancora per darmi indicazioni che
ignoravo.
Tra queste ultime emerge, perché ne raccoglie altre, una rassegna,
compilata in collaborazione, (6) del professor Cesare Torricelli,
direttore dell'Istituto Provinciale di Protezione ed Assistenza Infanzia
di Milano, il quale esordisce così:
Con l'aprile 1963 anche in Italia sono passati nove mesi dal ritiro dal
commercio di preparati a base di Talidomide. In questa rassegna ci
proponiamo pertanto di esporre sull'argomento delle malformazioni
congenite attribuite al Talidomide le nozioni tratte dail'esperienza
della
maggior parte degli Autori e dalla nostra diretta osservazione.
Torricelli, infatti, prima di descrivere i casi da lui direttamente
studiati, ci informa di altri di "sicura eziologia talidomidica", cioè
certamente causati da una di quelle specialità - purtroppo mai nominate
in
relazione ai singoli casi - che ho elencato nelle tabelle: uno a
Siracusa,
uno a Roma, uno a Busseto (Parma), uno a Massalombarda (Ravenna), uno a
Mestre, uno a Pavia. (8)
Alla menzione di questi casi segue la descrizione di altri diciannove
giunti
all'Istituto milanese dalla
città e dintorni; per undici d'essi è stato dimostrato, con sicurezza,
l'uso di preparati talidomidici assunti sempre entro i primi tre mesi di
gravidanza.
Per gli altri casi tale uso non è documentato con sufficiente certezza,
ma nemmeno escluso: «è degno di rilievo,» sottolineano anzi gli autori,
che anche in tutti questi casi i disturbi del sistema simpatico nei primi
mesi della gravidanza erano stati particolarmente intensi e che le madri
avevano fatto uso di numerosi preparati, specie «sedativi.»
Torricelli conclude la sua rassegna affermando che in Italia il numero
di nati malformati di sospetta eziologia talidomidica è stato esiguo: 50
casi, di cui 27 ad eziologia accertata, 11 dei quali a Milano.
Ma tutto induce a credere che questa stima possa essere errata soltanto
per difetto. Infatti lo stesso Torricelli nota:
(queste) sono le cifre che noi abbiamo raccolto direttamente non
essendoci pervenuta alcuna risposta dal Ministero della Sanità da noi
interpellato.
Nè risulta, dopo dieci anni, che lo stesso Ministero abbia mai
pubblicato un rapporto sul funesto accaduto. Ancora va detto che la
rassegna di Torricelli, pur essendo la più estesa apparsa in Italia, non
annovera alcune segnalazioni - forse perché emerse successivamente o in
sedi particolari - di altri casi accertati. Infine è da notare la
singolare concentrazione della casistica in due sole città, Milano e
Torino, cui fanno riscontro l'assenza di casi in altri centri di
paragonabili dimensioni demografiche e la disseminazione periferica e
sporadica di singoli altri. Che pensare, dunque, di questi focolai
epidemici nel capoluogo piemontese ed in quello lombardo? Reali o
apparenti? Come interpretarli in un caso e come nell'altro? Dalla
risposta
a tali quesiti può dipendere una rivalutazione delle dimensioni
statistiche del fenomeno.
Se si è trattato veramente di una maggior incidenza della focomelia
talidomidica nelle due città subalpine, non rimane che supporre ivi una
maggior prescrizione del farmaco in generale e alle donne gestanti in
particolare. Ma questa spiegazione ne richiederebbe un'altra - per
esempio, sul comportamento dei medici e dei farmacisti - che io non so
vedere a meno di attribuire qualche significato all'essere Torino sede
della SMIT, l'industria farmaceutica che ha aperto la frontiera italiana
al talidomide, e Milano sede di altre quattro industrie farmaceutiche che
si sono tosto lanciate all'inseguimento della SMIT e dei suoi
talidomidici
profitti.
Effettivamente queste circostanze possono far supporre una maggiore e
più suadente presenza propagandistica dei produttori presso i clinici ed
i
medici delle rispettive città e province: chi sa di queste cose e conosce
certe mode terapeutiche locali, altrimenti inspiegabili, non può
dimettere
facilmente tale ipotesi. Ma egli sa anche che la permeazione
pubblicitaria
(cui corrisponde almeno il 30% del prezzo di un farmaco) di cui
l'industria farmaceutica è capace travalica ben presto i confini locali o
regionali per raggiungere persuasivamente anche i medici più lontani.
Pertanto un farmaco che, a quanto sembra, arriva e nuoce a Siracusa ma
non
a Bari, a Sassuolo ma non a Bologna, a Mestre ma non a Padova - per
concentrarsi casisticamente a Torino e a Milano - lascia qualche
perplessità irrisolta.
Che induce a riflettere sull'altra eventualità sopra prospettata:
forse, l'eccezionalità dei focolai di Torino e di Milano è soltanto
apparente nel senso che nelle due città sarebbero esistite particolari
condizioni non già per l'accensione delle due piccole epidemie ma per
l'attenzione necessaria al loro rilievo. Altrove, una minore o meno
preparata attenziorie non avrebbe colto un fenomeno delle stesse
dimensioni o non lo avrebbe interpretato correttamente nelle sue cause.
Ben s'accorda con questa congettura la sorprendente constatazione che un
gran numero di colleghi qualificati ritenga e risponda, ancor oggi di non
aver memoria di casi o nozioni di lavori scientifici dai quali risulti
che
anche in Italia si è data e ripetuta la focomelia talidomidica. D'altra
parte sono gli stessi studiosi di Torino e di Milano ad informarci come
singolari circostanze, verosimilmente non datesi per altri, avessero
attratto e stimolato il loro interesse medico e scientifico sul problema:
quelli (9) già da tempo dediti ad afferenti ricerche e questi (10)
fervidamente intenti a preparare una relazione congressuale molto
impegnativa sullo stesso argomento! Avanzo quindi la ragionevole ipotesi
che nel capoluogo piemontese ed in quello lombardo siano stati
riconosciuti ma non si siano prodotti più che altrove casi di
malformazione da talidomide; inclino, cioè, a credere che altrove si
siano
prodotti altrettanti casi, in rapporto al numero dei nati, ma ne siano
stati riconosciuti di meno.
Si noti che l'oggetto del riconoscimento non è - meglio: non sarebbe
stata, allora - la focomelia od altra malformazione congenita in quanto
tale, perchè questi casi gravi di cui qui si parla sono evidenti anche
all'occhio di una levatrice: è - meglio: avrebbe dovuto essere - il
rapporto tra la malformazione e l'uso di talidomide nei primi mesi della
gravidanza.
Rapporto che, per essere individuato, ove fosse, avrebbe richiesto
alcune cose. Nei medici che ne avevano l'occasione: un'adeguata
informazione sul problema, la capacità di indagarlo, la volontà di
risolverlo. Nelle madri che ne avevano avuto la sventura: il ricordo dei
farmaci assunti in gravidanza, la dimostrazione de visu di tutti quelli
imputati, una franca spiegazione sul significato dell'indagine. Non credo
che queste condizioni si siano verificate sempre e nemmeno spesso là dove
nasceva un bimbo focomelico da talidomide: però l'inadempienza di una
sola
bastava a togliere per sempre quel bimbo dal conto delle vittime.
|
Infatti, se la frequenza delle
malformazioni da talidomide nella popolazione italiana fosse stimata
complessivamente al livello di un solo caso per 10.000 nati (11) per il
triennio 1960-1962, si sarebbero prodotti ma non necessariamente
riconosciuti, per ognuno degli stessi anni, 95 nuovi casi, anziché i 50
complessivi segnalati da Torricelli. Naturalmente non è più possibile
oggi
alcuna verifica, ma soltanto una constatazione: le deformazioni congenite
dell'apparato locomotore ed in particolare le aplasie (
Aplasia:
mancanza di sviluppo di un a cellula o di un organo
) congenite
degli arti mostrano un improvviso marcato incremento numerico su scala
nazionale (rispettivamente di centinaia e di decine di casi per anno)
proprio a partire dal 196I, (12) come negli altri paesi colpiti dalla
tragedia talidomidica.
Non è, dunque vero - per tornare ai risultati dell'iniziale sondaggio:
corrispondenti, come ho ulteriormente verificato, ad un'errata
convinzione, significativamente assolutoria, molto diffusa nell'opinione
pubblica e persino nella larga maggioranza di quella medica -
non
è, dunque, vero che l'industria farmaceutica italiana non abbia prodotto
e
commerciato, in varie forme e sotto diversi nomi, il funesto
talidomide
.
Soprattutto non è vero che il nostro paese non sia stato colpito dal
flagello delle focomelie e di altre malformazioni conseguenti
all'assunzione di questo farmaco.
Ed infine non è vero, anzi è verosimilmente lontano dalla realtà, che
in Italia in, totale si superano di poco i 20 casi, cifra fortunatamente
assai al di sotto dei 10.000 casi circa che rappresenterebbero il totale
di casi osservati in tutto il mondo. (13)
E' certo che il fenomeno non ha avuto da noi le stesse dimensioni che
in Germania Occidentale, ed è probabile che sia rimasto al di sotto di
quelle della Gran Bretagna; ma nulla esclude che possa paragonare i suoi
valori assoluti a quelli della Svezia dove l'Associazione Medica Svedese
ha stimato che i bambini lesi dal talidomide siano stati circa 150 dei
quali 6 su 10 sarebbero morti e gli altri sopravvissuti.
* * *
E' a questo punto, al punto in cui si decide della vita ulteriore di
questi quattro bambini, che il quadro italiano si oscura angosciosamente.
Per rendersene conto non occorre più ragionare in termini statistici:
soprattutto se tra questi termini, apparentemente consolatori, può essere
smarrita l'identità umana dei singoli casi. Atteniamoci invece e
strettamente ai dati pubblicati, decidiamo di credere che non ne esistano
e non ne siano esistiti altri.
Ma la domanda già posta rimane e si rinnova: che ne è stato di
Antonella B. e di Renato A., i bimbi superstiti di Torino? Che ne è stato
di Giuseppina R., di Giorgio P., di Giuseppina F., di Maria V., di
Patrizia D.
e di Giuseppina G., i bimbi superstiti di Milano?
Alcuni di loro senza braccia, altri senza gambe, una senza i quattro
arti: scomparsi ormai? Ed allora bisogna chiedere e si ha il diritto di
sapere perché tutti i bambini talidomidici italiani sono morti, mentre
vivono tuttora e crescono il 40% di quelli inglesi, svedesi e tedeschi.
Oppure sono vivi ed allora bisogna chiedere e si ha il diritto di
sapere come e dove si svolge la loro esistenza, chi ne ha cura e in che
modo, chi provvede e in quale misura alle loro enormi necessità, chi li
accompagna ed assiste in questa fase, ancora più terribile, della loro
vita: l'ingresso nell'adolescenza? Perchè per loro la tragedia del
talidomide non appartiene al passato, ma vive e cresce con loro,
facendosi
- ad ogni giorno nuovo, ad ogni altra età - più crudele e definitiva. Per
tanta offesa, per tanta pena non c'è riparazione possibile né indennizzo
adeguato. Nessuna umana destituzione ammette una restituzione venale. Ma
impone, a chi ne porti l'obbiettiva responsabilità, almeno il dovere di
mitigarne le conseguenze con ogni mezzo e misura.
In Svezia - soprattutto per merito di Sjostrom e di Nilsson, ma anche
di vigorose pressioni esercitate dalla stampa e dall'opinione pubblica -
l'ASTRA COMPANY, industria produttrice di specialità medicinali
contenenti
talidomide, è stata indotta a versare, per ogni bimbo colpito dagli
effetti del farmaco, la rendita annua corrispondente, al netto di
inflazione, a un capitale di 150 milioni di lire.
In Gran Bretagna, la DISTILLERS Co. Ltd., dopo aver sottoscritto un
analogo impegno, pur per un indennizzo minore, e aver tentato ogni
cavillo
onde evitare di onorarlo, è stata investita negli ultimi due mesi da una
campagna-stampa (cui sono seguiti un'iniziativa parlamentare e il
boicottaggio dei suoi prodotti ad opera degli studenti inglesi)
sviluppatasi a seguito della pubblicazione di questo libro a cura della
Casa Editrice Penguin Books. Pertanto i dirigenti della DISTILLERS Co.
Ltd. si sono visti costretti ad assumere impegni maggiori per
l'erogazione
di fondi ai fanciulli focomelici da talidomide: l'ultima loro proposta di
cui sono informato (14 dicembre 1972) ammonta a 17 miliardi di lire pari
a
un capitale investito di 50 milioni per ogni bambino. Ma un gruppo di
deputati, della maggioranza e detta minoranza unite, sta adoperandosi per
ottenere il doppio di tale cifra onde garantire ai piccoli focomelici
quanto indispensabile (protesi da cambiare di anno in anno, mezzi di
locomozione, assistenza, ecc.) per alleviare almeno in parte la pena
della
loro esistenza.
In Germania Occidentale la CHEMIE GRVNENTHAL ha dovuto comparire in un
processo - il più lungo, come il lettore apprenderà in questo libro, dopo
quello di Norimberga ai criminali nazisti - del quale ha tentato in ogni
modo di evitare la conclusione e la sentenza, addivenendo infine
all'impegno - contratto, non ancora mantenuto, ma certamente non più
declinabile - di versare 21 miliardi di lire per i bambini focomelici
tedeschi. Tutto ciò, sia ben chiaro, non basta a restituire quanto è
stato
tolto alla vita di un solo bambino né a concedere assoluzioni alla
responsabilità di un intero sistema.
Ma in Italia, nemmeno questo è stato fatto, nulla di tutto ciò
è avvenuto.
Qui si ignora persino che siano mai esistiti e se sopravvivano
tuttora bambini "talidomidici." Qui le rare pubblicazioni che ne parlano
sono scritte per i congressi e per le riviste scientifiche. Qui non si
dice mai, pur sapendolo esattamente, quale madre ha preso quale prodotto.
Qui si tace sempre, in ogni caso, il nome delle industrie produttrici.
Qui
nessuna autorità sanitaria promuove un'indagine ad hoc e ne pubblica i
risultati.
Qui, soprattutto, nessuno sembra aver chiesto alle sei sorelle
farmaceutiche di farsi carico finanziario di quegli otto bambini: 1,3
bambini ciascuna.
Ma forse, un bambino focomelico italiano vale meno o soffre meno del
suo compagno svedese, inglese e tedesco. Oppure, non vale niente e non
soffre più. O, forse, il caso suo e degli altri sette, se fosse divenuto
pubblico, avrebbe portato alla luce la vicenda di altri. Quanti altri? E
forse allora, le industrie implicate e il mondo farmaceutico ne avrebbero
troppo risentito e si sarebbero dispiaciuti. E ciò, in Italia avrebbe
creato a sua volta così tanti altri dispiaceri che otto bambini, ancorché
focomelici, non se li immaginano nemmeno.
Sto forse suggerendo che l'intreccio di rapporti tra industria
farmaceutica, amministrazione sanitaria e professione medica è, nel
nostro
paese, tanto fitto da deludere ogni tentativo di guardarlo in
trasparenza?
Forse è così, ma al di là di questo opaco spessore vedo, e ne sono
colpito, queste date: il talidomide fu ritirato dalla vendita al pubblico
della Germania Occidentale, della Svezia e della Gran Bretagna tra
l'ultima decade di novembre e la prima di dicembre del 1961. Ma il nostro
Ministro della Sanità (14) che ne era informato, non sospese, nemmeno
cautelativamente, la vendita delle specialità medicinali italiane
contenenti il malefico farmaco fino all'estate del 1962. Cosa abbia
significato per lui e per le altre parti interessate questo incredibile
ritardo, io non so. Io so che per Giuseppina G., venuta alla luce in quel
di Milano il 14 settembre 1962 da madre curata con talidomide durante i
primi due mesi di gravidanza, cioè da metà gennaio a metà marzo 1962,
essere italiana ha significato soprattutto questo: nascere con una
focomelia atipica degli arti inferiori e superiori.(15)
Ma già l'anno prima, il Ministero della Sanità si era concesso -
invocando la prudenza! - un altro indugio, destinato a compiacere certa
industria farmaceutica, che costò la vita di molti bambini oltre la
paralisi di tanti altri.
Questa gravissima denuncia, formulata pubblicamente dal Collettivo
dell'lstituto Superiore di Sanità (16) non è mai stata smentita. Si
tratta
di una livida storia, estremamente significativa, che deve essere
conosciuta.
*** Commento di Medicinenon:
Sebbene sia
informato (da consultazioni di documenti, risultati di ricerche, evidenze
ecc. ) che tutti i vaccini apportino più danno che beneficio,
riporto questa parte del testo per evidenziare il malcostume politico e
commerciale nel campo medico. ***
Riprendo i dati che seguono da un recente rapporto dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità. (17)
Appare con evidenza, da un semplice sguardo alle cifre, che in Italia
la poliomielite continuava a mietere migliaia di vittime ancora nel
quinquennio che già la vedeva sconfitta e persino eradicata in altri
paesi.
Per capire come ciò sia potuto accadere bisogna ricordare che negli
anni Cinquanta furono proposti e provati i primi vaccini contro la
terribile malattia: ne va merito, per il primo, a J. Salk il quale mise a
punto un vaccino costituito da virus uccisi, somministrabile per
iniezione; per il secondo ad A. Sabin il quale preparò un vaccino
costituito da virus attenuati, somministrabile per via orale. Estese
prove
dimostrarono chiaramente che il secondo vaccino è molto più efficace del
primo nel proteggere i soggetti che lo ricevono, ed in particolare i
bambini, contro la poliomietite che - si ricordi - è letale nel 10% circa
dei casi e paralizzante negli altri.
Questa superiorità del vaccino orale ed il suo impiego positivo in
grandissime popolazioni erano già noti nell'estate del 1960: se ne parlò
ampiamente nel corso della Conferenza internazionale sulla poliomielite
(18) tenutasi a Copenaghen nel luglio di quell'anno. Due mesi dopo, il 30
settembre, lo stesso professor Sabil lesse a Roma - proprio nell'aula di
quell'Istituto Superiore di Sanità che è l'ala tecnico-scientifica del
Ministero omonimo - una relazione dal titolo Risultato ottenuti in
diverse
parti del mondo nella vaccinazione di massa con vaccino antipolio vivo.
tale relazione confermava pienamente i dati positivi dei quali il mondo
medico internazionale aveva già avuto notizia, diceva come la
vaccinazione
orale di massa fosse già stata fatta nel 1959 in Cecoslovacchia e nel
1960
in Germania Orientale, in Polonia ed in Ungheria; aggiungeva che sempre
nel 1960 oltre 70 milioni di persone risultavano già vaccinate in URSS
col
vaccino orale e che sarebbero diventate 198 milioni nel 1961, così come
nel 1962 in Belgio e in Gran Bretagna.
Il nostro Ministro della Sanità sapeva queste cose e d'altra parte
sapeva che, nonostante si fosse cominciato a distribuire il vaccino di
Salk alla popolazione italiana nel 1958, il nostro paese contava ancora,
nel solo 1959, 4.110 nuovi casi di poliominite dei quali 630 morti; 3.555
casi, dei quali 451 morti, sarebbero state le corrispondenti cifre per il
1960. (19) Egli era dunque in grado di giungere a decisioni che altri
governanti avevano già prese; era sollecitato a farlo dall'urgenza e
dalle
dimensioni epidemiologiche del problema in Italia; era confortato dal
parere autorevole di medici, tecnici e scienziati.
Ma cosa avvenne invece? La conferenza di Sabin, della quale esiste
tuttora a Roma il testo dattiloscritto, non fu mai pubblicata, contro
ogni
consuetudine e nonostante la sua importanza. E' pubblicato invece il
discorso che di lì a pochi giorni il Ministro della sanità rivolse ai
pediatri italiani riuniti nella capitale:... parlando oggi a così eletto
consesso di specialisti di un ramo della scienza medica che riguarda
proprio la prima infanzia, la più soggetta al morbo della polio, credo
doveroso ricordare, come unico e diretto responsabile della tutela della
pubblica salute, che la vaccinazione antipolio con vaccino vivo non sarà
per ora autorizzata in Italia. Il Ministero della Sanità non può fare dei
bambini italiani cavie da esperimento, come in verità sarebbero, data la
fase tuttora sperimentale del vaccino vivo. Di conseguenza, il vaccino
vivo non sarà per il momento registrato nel nostro paese, e neppure ne
sarà autorizzata la fabbricazione a scopo di esportazione. (20)
La prudenza del ministro, anzi di due ministri, è ampiamente dimostrata
dal fatto che si attese fino al 1964 prima di dare inizio alla nuova
vaccinazione: quell'«ora» e quel «momento» durarono così tre anni durante
i quali in ltalia si verificarono 9.509 casi di poliomielite: 1.078
vennero a morte e 8.431 rimasero paralizzati.
Ora il lettore ha una comprensione statistica dei dati contenuti nel
recente rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e che ho
riprodotti a p. XXIII. Ma per una comprensione politica degli stessi può
essergli non inutile conoscere altri fatti.
Nell'autunno 1960, quando A. Sabin veniva all'Istituto Superiore di
Sanità ed il Ministro della Sanità andava al Congresso di pediatria, la
produzione di vaccino antipoliomielitico era riservata a due industrie
farmaceutiche: l'ISI (Istituto Sieroterapico Italiano) (21) di Napoli e
l'ISM (Istituto Sieroterapico Milanese) di Milano. (22) La terza
industria
italiana specializzata nel settore "sieri e vaccini" la SCLAVO (Istituto
Sieroterapico Vaccinogeno Toscano) di Siena che, a quel tempo, si
preparava a sua volta a produrre vaccino antipolio, ma precisamente del
tipo Sabin.
Invece l'ISI e l'ISM producevano già, e soltanto, vaccino del tipo
Salk: per esso avevano attrezzato gli impianti, di esso venivano
riempiendo i magazzini. La produzione italiana era duopolistica ed il
mercato era praticamente monopolistico dacché un acquirente soverchiava
largamente gli altri: proprio il Ministero della Sanità. E questo
Ministero che, quando ebbe notizia che lo Sclavo aveva preparato del
vaccino orale tipo Sabin, mandò un medico provinciale a sigillarne i
flaconi per impedirne la distribuzione. Intanto continuavano la
produzione
e la vendita, l'ammortamento degli impianti, l'esaurimento delle scorte e
l'accumulazione dei profitti dell'lSI e dell'lSM. E così che si arriva al
1964 quando un altro Ministro della Sanità, convinto anche lui ma
fortunatamente in un altro senso, che il suo dicastero "non può fare dei
bambini italiani cavie da esperimento," diede il via alla distribuzione
del vaccino orale attenuato. Da allora la poliomielite è andata
praticamente scomparendo: 20 casi in tutta Italia durante i primi nove
mesi del 1971!
Si può, dunque, concludere che la grande maggioranza dei 9.509 casi di
poliomielite verificatisi in Italia nel triennio 1961-1963 sarebbero
potuti essere risparmiati - per capire cosa questo significhi bisogna
fare
lo sforzo di pensarli uno a uno, famiglia per famiglia, bambino per
bambino, bara per bara, paralisi per paralisi - se un certo vaccino fosse
stato tempestivamente sostituito da un altro. Ma il godimento di questo
beneficio è stato posticipato subordinandolo a precisi calcoli di
ammortamento...
perché alle esigenze di profitto dell'industria che fino allora aveva
prodotto il vaccino Salk corrispose un totale asservimento degli organi
statali e del loro massimo responsabile il Ministro della Sanità.
***
Commento di Medicinenon:
Pare che l'apparato delle
vaccinazioni abbia in seguito ripudiato il vaccino con virus attenuati di
Sabin e si riorienti a quello contenente virus uccisi, il che contraddice
quanto detto sopra. Ma l'intero soggetto delle vaccinazioni è un'unica
contraddizione. ***
Queste due vicende italiane - sulle quali vorremmo che altri facessero
maggior luce ed ottenessero qualche riparazione - sono, di fatto, una
sola: esse presentano gli stessi protagonisti, coinvolgono medesime
responsabilità, segnalano uguali pericoli.
Soprattutto, si risolvono insieme nella sofferenza irreparabile e
tuttora irrisarcita di vittime disconosciute quando non addirittura
reiette.
Sono vicende coeve e coerenti anche nella loro apparente autonomia e
contraddittorietà: in un caso, quello del talidomide, si è lasciata -
oltre
ogni ragionevole limite - libera vendita a un farmaco malefico in attesa che
madri e bimbi si facessero cavie e vittime per dimostrarne la tossicità pur
già nota; nell'altro, quello dell'antipolio, si è impedito che un vaccino
benefico venisse prodotto e distribuito onde evitare che madri e bimbi
diventassero cavie e vittime della sua altrettanto nota... innocuità.
Ma contraddizioni come queste non reggono, di solito, alla prova di una
semplice domanda: a chi è toccato ogni volta il sacrificio ed a chi il
vantaggio? Ebbene, qui - cioè in un caso e nell'altro - non mi sembra
dubbio che la salute pubblica è stata sacrificata al vantaggio del
capitate privato, che la pena e l'infermità dell'uomo sono state pagate
all'avidità e all'arroganza di un potere: quello dell'industria
farmaceutica.
Tale potere è il vero tema di fondo del libro di Sjostrom e Nilsson che
ce ne parlano di pagina in pagina, pur nei modi di un racconto vero ed
angoscioso. Aderendo alla stessa scelta, anche questa nota introduttiva
ha
voluto concentrarsi nel racconto e nel confronto di due esperienze
italiane: soprattutto perchè il lettore non fosse indotto a credere -
come
si vuole spesso da lui - che "queste cose" sono di altri luoghi e d'altro
tempo.
Ma converrà segnalare allo stesso lettore che il potere dell'industria
farmaceutica è realtà troppo complessa ed articolata, rilevante e
incidente, perchè ci si possa appagare di riconoscerlo e giudicarlo nelle
sue manifestazioni più clamorose.
Occorrerà quindi andare oltre: nell'analisi strutturale di tale potere,
dei suoi rapporti con quello politico, del suo intreccio con quello
medico. Si dovrà individuarne la posizione nella città sanitaria,
l'irradiazione nell'apparato assistenziale, la prelazione sull'attività
scientifica.
Si dovrà, del farmaco stesso, analizzare il ruolo politico: come serva
al medico e come il medico lo serva, per il servizio che entrambi devono
rendere; quale immagine di sé proponga al malato e come di questi venga
esso stesso deformando l'immagine; come si fletta ad ogni esigenza di
gestione sociale e come della stessa suggerisca, fino a dettarli, i più
repressivi modelli.
All'approfondimento di tali temi questa collana riserva già altri
titoli.
Gennaio 1973 - Giulio A. Maccacaro
Nota aggiunta in corso di stampa: Il 5 gennaio 1973 il Consiglio di
amministrazione della Distillers Co. Ltd. ha deciso di aumentare la sua
offerta di risarcimento a 20 milioni di sterline (circa 30 miliardi di
lire) "in modo da consentire la creazione di un fondo a favore di tutti i
bambini talidomidici inglesi."
Note:
-
Riquadro da
cartella clinica di una vittima del talidomide
che "non
esiste" nelle statistiche
conosciute nato alla fine del 1961
|
Questo dubbio ha particolare riferimento al nostro Paese. Come il
lettore apprenderà dal seguito di questa nota, anche l'individuazione -
incompleta e dimenticata - dei casi italiani di focomelia talidomidica
-
avvenuta praticamente a posteriori, per risonanza delle allarmanti
notizie giunte da altrove.
In Italia non esiste tuttora un adeguato dispositivo per il
monitoraggio pronto ed efficace di eventuali effetti tossici dei
farmaci
ammessi ailla libera vendita: in questo campo può accadere di tutto
senza che niente si sappia.
D'altra parte, è pertinente ricordare che nell'estate 1972 una
commissione di esperti, incaricati di una revisione ad hoc dall'lNAM,
ha
raggiunto la conclusione che circa 600 specialità medicinali consumate
ogni giorno in Italia sono nocive al malato nel senso che i loro
effetti
tossici secondari sopravanzano quelli primari terapeutici
Il Ministero della Sanità, che di ciò è responsabile, se ne è avuto a
male e lo ha fatto sapere. Il pretore di Roma, Gian Franco Amendola, ha
fatto sapere, a sua volta, di aver disposto il sequestro della
documentazione afferente.
Ma nessuno ha ancora fatto sapere ai medici e ai pazienti almeno il
nome di quelle 600 specialità che, nel frattempo, continuano ad essere
prodotte, vendute e consumate.
(1bis) Per la verità, il malcostume farmaceutico italiano ha
conosciuto anche la versatilità di ditte abbastanza stimate presso il
Ministero della Sanità da ottenervi la "registrazione" di farmaci che
non intendono produrre ma che si riservano di "cedere" ad altre
industrie.
-
Edito da Organizzazione Editoriale Medico-Farmaceutica, 20125
Milano, Via Edolo 42.
-
Ne è omesso il Calmorex del Laboratorjo FCR di Reggio Emilia, perchè
dallo stesso "Informatore farmaceutico" appare che tale specialità,
ancorché autorizzata, non fu mai in commercio.
-
M. GOMIRATO-SANDRUCCI e R. CEPPELLINI, Sulla eziopatogenesi della
focomelia, in «Giornale dell'Accademia di Medicina di Torino,» vol.
125,
pp.
225-231, 1962.
-
M. GOMIRATO-SANDRUCCI e R. CEPPELLINI, Considerazioni cliniche e
patogenetiche su alcuni casi di focomelia, in «Minerva Pediatrica,»
vol.
14, pp. 1181-1202, 1962.
-
C. Torricelli, G. Bizzi, L. Matturri, R. Nodari e M. Baldrighi,
Embriopatica Talidomidica, estratto dalla rivista "Infanzia", n. 48,
49,
50, 1963.
-
In altra sede ho trovato la segnalazione di un caso a Catania;
tuttavia un collega siciliano mi ha scritto: «Ho svolto una piccola
inchiesta ed è risultato che nella nostra regione il "Talidomide" non è
mai stato usato.»
-
Si noti che due autori tedeschi (H. Weicker e H. Hungerland,
Thalidomid Embryopathie in ³Deutsche Medizinische Wochenschrift,² vol.
87, pp.992-1000, 1962) nell'ambito di uno studio statistico sulla
focomelia talidomidica avevano interpellato per l'Italia le Cliniche
Pediatriche di Palermo, Roma, Genova e Ferrara ricevendone risposte
negative (riferito da C. Torricelli e coll., op. cit., p. 15)
-
R. Ceppellini - uno dei maggiori studiosi contemporanel di genetica
medica - così si è espresso nel corso della già citata comunicazione
all'Accademia di Medicina di Torino: «Da tempo abbiamo in corso, in
collaborazione con la Clinica Pediatrica e l'lstituto di Puericultura,
un'ampia ricerca sovvenzionata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche
volta a studiare eventuali anomalie di numero e struttura del cromosomi
in una serie di malattie congenite ed in particolare nelle
malformazioni. Un quadro malformativo è infatti una delle espressioni
più comuni delle anomalie cromosomiche. Ovviamente prendemmo in
considerazione anche i casi di focomelia...»
-
Nel 1961 Torricelli, quando ancora non aveva potuto compiere le già
citate osservazioni, stava preparando una relazione dal titolo: «Le
malformazioni congenite dal punto di vista medico e sociale,»
programmata per il IX Congresso nazionale di Nipiologia, tenuto a
Catania nel maggio 1962. E' il mese in cui, per strana e triste
coincidena, arrivano improvvisamente, alla Clinica torinese della
Gomirato-Sandrucci, quei cinque neonati amelici e focomelici che
saranno
descritti all'Accademia medica di Torino il 15 giugno successivo e non
in maggio come, per un'ovvia svista è scritto nel lavoro pubblicato più
tardi su «Medicina Sociale» dalla stessa autrice. (Vedi nota 13.)
Di questa relazione e del suo rapporto con le osservazioni successive
di Torricelli, questi effusamente parla in: C. Torricelli e AL.,
Embriopatia talidomidica, cit, pp 4 e 5 ove si legge: «Nella
preparazione della nostra Relazione sulle malformazioni congenite,
l'indagine bibliografica ci portò i primi resoconti sull'argomento
pubblicati da "Deutsche Medizinische Wochenschrift" 86, 1961, pp.
2255-56 e da 'Lancet' del 16-12-1961: in questi resoconti veniva
documentata da parte di Lenz l'eziologia talidomidica di malformazioni
quali l'amelia, la focomelia atipica con mancanza del raggio distale,
l'aplasia renale, l'aplasia dellla tibia, l'anotia, 1'atresia del
duodeno, dell'ano, cardiopatite congenite, l'aplasia della colecisti e
dei reni, in 41 casi su 46 dette malformazioni direttamente esaminate:
le madri del 41 bambini avevano fatto uso di talidomide durante i primi
mesi di gravidanza, a scopo sedativo, ipnotico, antiemetico...
«Nell'esame della casistica delle malformazioni dell'apparato
scheletrico, dal 1-1-1950 al 31-12-1961, anche noi avevamo notato un
infittirsi dei casi di dismelia dal giugno al dicembre 1961, in
particolare alla comparsa più frequente di gravi quadri quali l'amelia
e
la focomelia atipica, cioe di malformarioni simili a quelle di Lenz.
«Data,la grande mole di lavoro richiesta dalla Relazione, non avendo
il tempo per una indagine eziologica retrospettiva, rimandammo questa e
l'ampiamento dell'argomento, come del resto anche di altri quali
l'epidermolisi bollosa, la microftalmia congenita, ecc. ad epoca
posteriore.
"Ci mettemmo però immediatamente in rapporto epistolare con il Prof.
W. Lenz, il quale gentilmente ci tenne informati del dilagare dei casi
in Germania ed in altre Nazioni, e nella nostra Relazione, inviata alle
stampe il 13 marzo 1962 ed esposta a Catania il 20 maggio 1962,
illustrando per la prima volta in Italia la possibilità della
embriopatia talidomidica, sia nell'esame del fattori eziologici
(chimici) che nella profilassi, pur non avendo accertato un rapporto
sicuro di causa ed effetto, consigliammo di non usare in donne gravide
preparati a base di talidomide o nei quali essa fosse associata.».
Questa relazione di Torricelli è ricordata nella memoria: M. Gomirato
Sandrucci e R. Ceppellini,
Considerazioni cliniche e patogenetiche
su alcuni casi dl focomelia
, cit., p. 1197 con queste brevi parole:
«In Italia la questione è stata discussa da Torricelli a Catania nel
maggio 1962 pur non essendo stato fino allora segnalato alcun caso.»
-
Stima non incauta ove la si confronti con quella di 4/10.000
accertata per i casi di focomelia o analoghi verificatisi tra il maggio
1959 ed 11 settembre 1962 nei reparti ostetrici dei principali ospedali
milanesi, dove negli anni precedenti non si era osservato alcun caso
paragonabile; cfr. L.
MATTURRI e R. NODARI, Studio anatomo-clinico su 19 casi di
embriopatia da talidomide in "
Folia Hereditaria et
Pathologica
," vol 12, pp 267-278, 1963.
Titolo dell'opera originale: "Thalidomide and the Power of the Drug
Companies"
(Penguin Books Ltd, Harmondsworth, Middlesex, England,
1972)
© 1972 by Henning Sjostrom and Robert Nilsson
Traduzione
dall'inglese di Furio Belfiore e Anneliese Wolf
Prima edizione
italiana: gennaio 1973
Seconda edizione: luglio 1977
Copyright by
Giangiacomo Feltrinelli Editore - Milano.
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